Si
consiglia l'uso
della belladonna come pianta
medicinale, perché
è molto difficile
preparare il dosaggio e
si possono provocare intossicazioni.
Il
pressapochismo è un
atteggiamento che mal si
adatta all'uso di questa
pianta. La letteratura
attorno ad essa annovera
casi di persone
inesperte e di erboristi
troppo superficiali che,
ritenendosi in grado di
preparare un infuso,
causarono a se stessi o
a chi lo prescrivevano
pericolosi e
indesiderati effetti
collaterali:
dall'impossibilità di
deglutizione, alla
tachicardia, agli
spasmi, fino alla morte.
Solo
medici, farmacisti ed
erboristi con diploma
universitario possono
dunque prescrivere
correttamente la
belladonna. Per la
potenza della sua
azione, è perciò più
sicuro e altamente
raccomandabile usarne il
principio attivo, ossia
l'atropina, sotto
forma di preparati
farmaceutici che
possono dosare con
precisione e in tutta
sicurezza.
Le
bacche di questa
pianta, dal sapore
dolciastro, somigliano
alle ciliegie e i
bambini potrebbero
confonderle. Una decina
di bacche
possono provocare la morte
di un adulto, e 3
o 4 quella di
un bambino.
L'intossicazione
si manifesta con
eccitazione nervosa,
pupille dilatate e vista
annebbiata, secchezza
della bocca, tachicardia
e arrossamento del viso.
Il
Primo soccorso
consiste nel provocare
il vomito e
somministrare carbone
vegetale in polvere e
disciolto in acqua, cui
di può aggiungere
solfato di magnesio. E'
necessario trasportare quanto
prima la persona
avvelenata all'ospedale.